
26 luglio 1970
A Roma solo il tempo di riabbracciare la Mamma
di Lucio Battisti
Io, Lucio Battisti, vi giuro che ce l'ho fatta. Con le ossa rotte, ma a Roma ci sono arrivato. Ho vinto le scommesse con chi rideva della mia avventura a cavallo. Non è stato facile: quasi tre settimane in sella attraverso boschi, spiagge e strade asfaltate non è uno scherzo. "Sei forte!", mi ha detto una donna. Chissà, forse lo sono davvero.
Roma, luglio - Finalmente Roma. Dopo ventun giorni di vita nomade, centosettanta ore in sella attraverso montagne, boschi, spiagge e strade asfaltate, io e Giulio (Mogol), Ribatejo e Pinto, meravigliosi amici di questa avventura, siamo arrivati al cartello stradale sull'Aurelia con scritto "Roma".
Gli ultimi chilometri sull'asfalto e in mezzo al traffico, sono stati i più duri. Chi si attaccava al clacson perchè voleva che liberassimo la strada, chi invece lo faceva per festeggiarci: fatto sta che parlare di confusione è usare un eufemismo.
Poco prima del caos, sull'ultima stradetta di campagna, una donna ci ha chiesto da dove venissimo. Da Milano, abbiamo risposto. E lei: "Non ci credo neanche se me lo giurate". "Però", ribattiamo, "se venissimo da Milano saremmo forti vero?". "Forti", fa lei. "Fortissimi, gajardi...".
Ci siamo allontanati sentendoci superiori. Pochi giorni prima avevamo incontrato il Cantagiro. Ci siamo fermati ai bordi della strada a vedere come gli altri il passaggio della carovana. Arrivano i cantagirini e una macchina si ferma. Sono i Dik Dik che ci festeggiano gridando: "Allora è vero che state andando a Roma a cavallo!". Bella soddisfazione: tutta 'sta fatica e nessuno ci crede. Le cose che sono successe in questo viaggio: abbiamo fatto amicizia con i camionisti che, percorrendo sempre lo stesso percorso, ci hanno incrociato almeno quattro volte; ci siamo beccati un acquazzone, alla fine degli appennini, che ci ha inzuppato fino alle ossa e abbiamo dovuto prenderlo tutto, perchè lì non c'era neanche un angolo per ripararsi.
Quando è uscito il servizio sul nostro viaggio su "TV Sorrisi e Canzoni", poi, sono arrivati i cacciatori di autografi. Tanti dovunque, col giornale in mano, perchè firmassimo dove c'erano le nostre foto. Quei giornali diventeranno cimeli, come i francobolli rari... Non mi stupirei se tra un po' li quotassero in borsa!
A Roma però ci siamo arrivati, con le ossa frantumate e laggiù, dove finiscono le gambe, pieni di lividi. Abbiamo consumato tanti tubetti di unguento quanti non ne occorrerebbero in una vita intera.
All'arrivo a Roma, dopo tanti giorni di sella inglese (per chi sa di cavalli sarebbe inutile spiegare che la sella inglese è quella stretta, normale, non da lunghi percorsi) una persona normale sarebbe andata a dormire almeno venti ore in un vero letto. Invece, io ho preso un aereo e sono volato a Rimini, per provare con la Formula Tre il repertorio delle dieci serate che farò quest'estate. Dieci e non di più, all'Altro Mondo di Rimini, alla Bussola di Viareggio e a Levante, nel locale del mio amico Gino Paoli.
Dopo le prove, finalmente a letto. Venti ore di sonno ininterrotte. Quando mi sono svegliato ho cercato Ribatejo, il mio cavallo. Ma non era lì, come al solito. E poi non c'erano neanche Giulio Rapetti detto Mogol, e le stelle sulla testa o il sole appena spuntato. Niente.
È così che ho capito che la cavalcata era proprio finita.
 Roma
L'avevamo sognato all'inizio il cartello stradale con la scritta "Roma": sarebbe stato la fine della lunga fatica. Ma, andando avanti, io e Mogol abbiamo cominciato a sperare di scoprirlo il più tardi possibile. Era così bello viaggiare in mezzo la natura, fare incontri tanto interessanti e imprevedibili, stringere amicizia con la gente, che ci aiutava dopo aver letto il resoconto della nostra avventura su "TV Sorrisi e Canzoni". Ora che tutto è finito, ci rimangono una grande tristezza e un mucchio di bellissimi ricordi. Può darsi che il prossimo anno ripeterò l'impresa.
Mamma non ha mai dubitato
All'arrivo, c'era mia madre a darmi il benvenuto, lei non ha mai dubitato che sarei riuscito nell'impresa. Putroppo, non ho avuto molto tempo per lei, perchè ho preso subito un aereo e sono volato a Rimini, per provare il repertorio delle serate che mi aspettano. Morivo dalla voglia di andare a dormire, in un letto come si deve per la prima volta dopo tanti giorni di sella, d'erba di prato e roulotte. Ma il lavoro è lavoro. In fondo, il mio viaggio a cavallo è stata una specie di vacanza, lontano dalla vita convulsa delle città, in compagnia di tutti i miei amici più fidati e sempre all'aria aperta.
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